Nuova migrante di passaggio_di Margherita Pisano

Domenica, autobus 105, come sempre già dal capolinea denso di mondi, romani di Roma pochi, forse tre,romani di passaggio tanti, da ogni luogo del mondo, chissà quali viaggi, adesso un’unica destinazione Roma-est. Groviglio di suoni e lingue diverse non permettono di decifrarne i linguaggi o i discorsi. Anche l’odore è diverso, da Termini attraverso corso Vittorio, piccola Cina romana, Portamaggiore, incrocio di direzioni a più livelli. Ponte Casilino, si scende.

Parte del mondo si è perso per strada, molti scendono con me, altri, la maggior parte, continuano la corsa.

La dimensione di mondo che scorre scompare, scendendo sembra che tutto si fermi, ma il mondo rimane, sembra essere arrivati in un luogo nuovo, che porta con se molti di quelli odori e di quei suoni, ma li porta nella sua lentezza quotidiana.Non è la prima volta che arrivo al Pigneto, ma, arrivare dal ponte Casilino, dall’autobus 105, è altra cosa rispetto all’arrivo su via Prenestina, con il tram 14 o 5.

Da via Prenestina la dimensione dell’infrastruttura domina sul quartiere e le case, le vie sembrano schiacciate da essa. Si passa tra i grovigli della tangenziale e non si perde la sensazione di essere in città. Scendendo dal tram non ci si ferma, scendendo si continua a sentire il frastuono del traffico, si è dentro la città, alla periferia, ma in città. Il rumore, il caos cittadino si attenuano solo dopo che ci si inoltra nelle vie strette del quartiere, solo dopo che si superano le prime file di alti palazzi e ci si ritrova in una dimensione spaziale che apre al cielo.

Dal ponte Casilino, è altra cosa, avverti la ferrovia (ma sta sotto i piedi), scompare mentre cammini verso l’isola pedonale di via del Pigneto, dove l’immagine della città si affievolisce pian piano e tutto sembra così umano nel suo disordine che scandisce il tempo della vita di un paese. Sole alto, ritmi da domenica pomeriggio, mentre lungo il percorso la città attraversata sembrava dormire, qui sembra risvegliarsi dalla siesta pomeridiana. Amici, vicini di casa, mamme, bambini si incontrano sull’uscio, nei tavolini dei bar, sulle vie, nei pochi spazi verdi del quartiere a scambiare pensieri nella dolce lentezza della domenica pomeriggio, con il sole ancora alto. Sembra primavera.

È infatti, uno dei primi giorni di sole che si vede da quando sono in questa nuova città, un mese ormai. L’erba che spontaneamente si appropria dei bordi delle strade ha colori intensi, sembra che tutto respiri un aria nuova. Il frastuono della città, la sensazione di compressione di mondi dentro l’autobus scompare, tutto è molto fresco e nitido.

Percorrendo via del Pigneto, anche se è domenica pomeriggio, la vita non si mostra tanto diversa dai giorni feriali, tutto è così piacevolmente rilassato: le persone si incontrano nella via mostrando i loro stretti rapporti, si fermano a chiacchierare ad ogni passo ad ogni incontro. Piccola comunità stretta tra le infrastrutture veloci che qui comunica e scambia culture e pensieri. Anche i muri delle case parlano, raccontano di incontri ed eventi, raccontano di come i giorni vengono scanditi in questo piccolo triangolo di città. Manifesti di eventi passati che si scollano dalle pareti o che vengono coperti da nuovi eventi, pensieri e disegni scritti sui muri comunicano una libertà di far sapere, di voler far conoscere i pensieri e se stessi.

Se da via del Pigneto ci si allontana un po’, inoltrandosi per le strade laterali, il mondo, annunciato agli incroci di queste viuzze da giovani dalla pelle scura che qui si incontrano, si apre e come vetrina ha negozietti di varie etnie, ristoranti, garage diventati moschee. Queste strade innescano e accrescono la voglia di curiosare, dentro le finestre dentro i portoni socchiusi, da dove scorgi del verde dei giardini, dove ti accorgi che anche sotto i tuoi piedi ad altezza ginocchio qualcuno abita, perchè vieni travolto, mentre passi, dagli odori di cucine speziate. Lavanderie fai da te, danno degli indizi su chi abita queste vie: migranti, viaggiatori in cerca di un mondo nuovo, di una nuova vita, di un’opportunità, o solo di passaggio, chissà.

Migranti, che si incontrano sugli usci dei portoni, agli angoli, a scambiarsi un po’ di vita, in questo luogo più che in altri, si mostrano e si sentono liberi di esserci, di vivere lo spazio urbano.

Ad un certo punto la dimensione storica di questo tratto viene interrotta dalla modernità e dalla velocità del treno che passa. Il vallo ferroviario, taglia in due il quartiere, la continuità fisica della via del Pigneto è data da un unico ponte pedonale, in ogni caso la discontinuità non è così forte: la ferrovia che sta sempre ad un livello inferiore al passaggio, non è una frattura. Il ponte e le sue protezioni laterali sono un’occasione per la voglia di comunicare degli abitanti. Il ponte pedonale diventa bacheca di eventi e incontri, così come le mura delle case. Guardando sotto, verso la ferrovia, attraverso gli spiragli di questa bacheca, ci si accorge di come la natura sembra voler rallentare il passaggio del treno. Un prato di parietarie, ortiche ed altre erbe spontanee declina lentamente verso i binari. Sotto questo bosco di erbette piccoli fringuelli giocano a nascondersi e cercano un po’ di cibo. Il ponte sulla ferrovia segnala un passaggio, alle spalle la parte storica del Pigneto con le sue vie strette nel quale hanno trovato espressione tante attività per i gusti più diversi, davanti una dimensione meno antica ma che conserva comunque tanta storia. Verso quest’ultima prospettiva, sulla sinistra ancora piccoli palazzi che adesso però vengono interrotti da più alti e più recenti; sulla destra, un’altra faccia nuova e in continuo movimento, il cantiere della metro, denuncia le trasformazioni su larga scala che interessano la città, denuncia la nuova prossimità di questo piccolo triangolo, denuncia quello che verrà, e alle sue spalle palazzi a più piani mostrano la densità abitativa presente in questo fazzoletto di territorio. Camminando e osservando, in qualsiasi direzione si rivolga lo sguardo, ciò che si scopre non è una realtà univoca ma più realtà che si intersecano. Da qua, dal ponte sulla ferrovia, girando con il corpo a 360°, si percepisce il tempo del vivere e del trasformare: ciò che protegge un passaggio o un cantiere diventa bacheca, ciò che sembra un palazzo storico diventa luogo su cui sperimentare necessità dell’abitare differenti, ciò che potrebbe essere solo un vallo ferroviario diventa luogo di espressione della natura. I piani terra non sono solo accessi alle case ma luoghi dello stare sugli usci, i bar e le attività commerciali si colorano un po’ di mondo e offrono lo spazio e la ricerca di una dimensione dell’abitare nella sua totalità, che non è lo stare in un appartamento ma è un vivere le strade in un confronto continuo con ciò che è stato e ciò che arriva ogni giorno di nuovo.

Continuando a camminare, costeggiando il cantiere della metro, lungo la via del Pigneto direzione est, il bordo strada si fa più confuso, non più netto e ordinato da un’antica matrice, bensì segnato da un costruire spontaneo nel quale si alternano ampi complessi abitativi, piccoli edifici storici e piccole villette a due piani.  Anche il marciapiede scompare, e lungo il bordo è ancora natura spontanea, che si appropria della poca terra rimasta o dei ruderi di strane baracche, come la “casa sull’albero”, così come vuole definire una casetta di legno ricoperta da edere e muschi una giovane di passaggio che si ferma, incuriosita dalla nostra curiosità.

Lungo la via, si dirada anche il rumore delle voci e tutto diventa più desolato, restano i segnali del passaggio della notte, bicchieri sui pini cimati, rifiuti di carte e fazzoletti, indicano cosa è stato la sera ma che adesso tace.Continuando a camminare, un bivio di tre strade: “dritto”, o meglio insinuandosi nell’urbano senza ordine, prosegue via del Pigneto; verso destra, superati due isolati di complessi abitativi ad otto piani si incontrano le vie a raggiera nel quale si affacciano i villini, tutti circondati da giardini di frutti (aranci limoni, nespoli), ricerca di una dimensione abitativa suburbana all’interno della città; verso sinistra nel suo disordine apparente, ci si immette in continui slarghi e restringimenti, che aprono ad una gran parte di quartiere ancora da percorrere.Piazza Mariano da Sarno, nuovo scenario che contiene, su più piccola scala, quanto osservato in precedenza. Sulla piazza si affacciano nei suoi lati, mondi diversi. Edificio isolato di tre piani, perno compositivo dello slargo, sul retro del quale un complesso ad otto piani fa da sipario. Piccole villette con cortile fruttato e alberato ad ovest. Tipologie edilizie differenti e continue superfetazioni sul lato sud. Vasto spazio verde verso est, dal quale provvengono voci di bambini e mamme che attirano l’attenzione.

Ci si siede per un po’ a cogliere gli ultimi raggi di sole della giornata, poche le persone sedute in questa piazzetta che con il suo rigido ordine geometrico si contrappone alla confusione intorno. Qualche bambino, sicuramente tra i più cattivelli di quartiere, gioca con i “botti”. Dei ragazzi stanno in compagnia dei loro cani che corrono felici in questi 100 m2 di erbetta, come se fossero nella prateria. Una signora anziana passeggia accompagnata dal figlio. È lei che colpisce stavolta, lei e quel suo gesto cordiale di salutare e di esprimere una voglia di dialogo, due parole sui suoi due passi e sulla bella giornata, un possibile incontro e confronto bloccato dal figlio che col suo gesto di andare avanti senza aspettare la donna trasmette la sua fretta di andare, trasmette la poca voglia di “poter perdere del tempo”, peccato. Ci si stanca di osservare questo silenzio urlante, si sceglie una nuova direzione, seguendo quelle voci allegre in cerca di un confronto per comprendere chi crea e chi disegna ogni giorno questo decoupage urbano del Pigneto.

Dentro il giardino dei cuccioli, piccolo parco circondato da reti metalliche, bambini di diverse etnie giocano insieme mentre le mamme e i papà li osservano da un angolo. Sul lato opposto del piccolo parco, c’è un campetto da calcio gestito probabilmente da una società sportiva del quartiere. Si avvicina un bambino di circa 10 anni, indossa una divisa sportiva, ha una carnagione scura e dei tratti orientali che mostrano una provenienza smentita dal suo perfetto accento romano. Racconta che la sua squadra si allena due volte a settimana, che questo piccolo parco è stato creato dalle mamme del quartiere, che con un autofinanziamento lo hanno sistemato e comprato i giochi per i bambini. Dopo qualche scambio di parole arriva un altro bambino e insieme iniziano a giocare a pallone. Pensano solo a passarsi il pallone, solo alla fine del gioco, quando una delle mamme dice che è ora di tornare a casa, i bambini si presentano “sai io ti conosco sei in quinta B, anch’io ti conosco tu sei della quinta A”, e così si salutano.

Lasciato questo piccolo spazio dedicato al gioco, denuncia dell’assenza di spazi tranquilli dove far incontrare i bambini, in un quartiere che nonostante la sua dimensione di paese, è come il resto della città dominato dall’automobile e quindi dall’insicurezza delle giocare per le strade, la passeggiata continua. Sempre più ad est verso piazza Malatesta, verso una nuova dimensione del Pigneto, si apre un’immagine più periferica di grandi e densi complessi abitativi multipiano. Nonostante la sua scala più imponente, la caratteristica comunitaria e multietnica del quartiere è ancora ben leggibile nelle strade. Nei piani terra commerciali si alternano trattorie tipiche, bar, gastronomie, alimentari di vario genere, e negozi cinesi, sempre aperti, con oggettistica per la casa vestiario, alimentari.

Il cantiere della metro qui ha una connotazione diversa, non è più una bacheca ma un semplice muro che ha cancellato la piazza alberata al centro della via, su cui si addossano tante automobili in doppia e tripla fila. In un giorno qualunque, questa parte di Pigneto è densa di gente che va, anche le persone sono differenti, meno multietnia per le strade, forse più popolosa di abitanti originari visto l’alto numero di persone anziane che si incontrano. Il centro di questo quartiere nel quartiere è piazza dei Condottieri, uno snodo di traffico importante al centro del quale si alternano area giochi mercato e centro anziani. Questa volta è il centro anziani che attira l’attenzione, con Daniela si decide di entrare per fare due  chiacchiere con chi sta li per capire ancora chi abita questo luogo. Leggermente imbarazzate da un cartello “vietato l’ingresso ai non tesserati” chiediamo ad un signore che ci ha avvistate se possiamo comunque entrare, e lui, con un aria cordiale e giocosa ci invita con piacere.

Immediatamente travolte dall’allegria di questi signori che si dilettano tra carte e bocce, mentre ci chiedono di scattargli delle foto, nelle pose da vecchi compagni di vita, prendendosi in giro a vicenda, signor Mario inizia ad interessarsi della nostra vita, e a scambiare con noi un po’ della sua. Iniziamo un dialogo ricco di suggestioni che salta nel tempo e nello spazio, dal Pigneto di una volta, dal bar del cinese di fronte, dagli agenti immobiliari che ogni giorno suonano i campanelli delle loro case invitando a proposte di vendita, alla Palestina, all’Africa, alle rivoluzioni.

Signor Mario non ha parole dure con i nuovi abitanti del Pigneto ( gli immigrati o gli studenti) è solo preoccupato per il suo paese che non riesce a gestire tanti cambiamenti, e che travolge chiunque arrivi nella sua confusione senza dare risposte ne accoglienza. Con la promessa di avere al più presto le foto scattate, ci salutiamo e continuiamo la nostra passeggiata. Anche se si ripercorrono ancora le stesse strade percorse poche ore prima, o pochi giorni prima, ogni volta ci sono nuove sorprese, nuovi aspetti che catturano attenzione, che conducono verso brevi cambi di percorso che poi alla fine riportano sempre su via del Pigneto. Negli angoli più nascosti, si percepisce maggiormente la voglia della natura di rifarsi strada, si intravedono ogni tanto piccole colline erbose, reduci da un passato che fu, piccoli orti urbani si ritagliano il loro spazio tra i palazzi. In questi luoghi nascosti si intravedono non pochi animali, pappagalli verdi, colombi, passeri, merli, cinciallegre, verdoni, pettirossi, capinere, fringuelli, gatti, tanti gatti che qua e la ritrovano delle ciotole lasciate da qualcuno. I cani dai cortili e dai balconi abbaiano al passaggio.

Passeggiare al Pigneto è così, ti da la sensazione che non sei solo tu a muoverti ma anche quello che incontri, ogni giorno sembra diverso, il balcone di ieri, ormai è diventato una serra, o una stanza ampliata o semplicemente un giardino pensile, magari scopri su una facciata una finestra che prima non c’era, o non avevi visto.

Tutto questo non ti disturba, ogni cambiamento nasce da un attitudine innata alla trasformazione dal basso, che esprime nuove necessità, volontà di rendere più personale uno spazio, che magari vivrai solo per qualche anno, ma che cerchi di sentire come casa tua, sul quale cerchi di imprimere un segno, una traccia del tuo passaggio.

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