antonio-liantonio2La pioggia nel pi(g)neto_di Antonio Liantonio

E’ un lunedì di metà febbraio. Piove, tanto per cambiare, come ormai da più di due mesi. La pioggia mi perseguita e non sembra voler lasciar posto a neppure un raggio di sole, quasi sapesse che odio le giornate grigie, quelle in cui non riesco ad essere operativo e quasi a ricordarmi che non sono nel mio lucente sud. E dire che avevo preferito Roma ad altre città come mia seconda dimora perché a detta di Massimo a Roma pioveva molto poco. Mah!…a me non pare!.  Sarà che Massimo è del meno lucente nord. Sono sempre più convinto che i luoghi e le atmosfere si percepiscano anche a seconda del proprio vissuto nella propria “culla” natia.

Sono da poco nella città eterna e già la amo (nonostante la pioggia), l’ho sempre amata e a dire la verità non ci poteva essere altra preferenza che avrebbe retto. Roma è sempre stata la città nella quale da bambino ambientavo i miei sogni….e si può dire che non sono ancora cresciuto perché continuo a sognare alla stessa maniera.

   Da quando sono qui, appena ho un po’ di tempo, amo perdermi nella città alla scoperta di angoli noti e meno noti, magari nascosti alla vista dei più; mi piace l’idea di essere un novello Cristoforo Colombo alla scoperta di luoghi che nessuno ancora conosce.

Mi affaccio alla finestra e vedo che ha smesso di piovere e il sole si è fatto largo tra le nuvole; ovviamente decido di uscire e buttarmi nella città come ogni bravo architetto!.  Guardo il post-it sull’anta dell’armadio dove annoto, come una lista della spesa, i luoghi che voglio, anzi devo, vedere. Scorro col dito….mmmmm…..mercati generali e area del gazometro…..ok….squilla il cellulare….è Alessandra :

-”Ti va di venire a vedere delle stanze con me al Pigneto? Ho degli appuntamenti dalle cinque in poi”. Subito penso: 

- ” Ma dove cavolo sta prendendo casa questa?”. Non mi avevano parlato bene di quella zona. Ma decido di accompagnarla anche perché mi attirano i posti che non piacciono alla gente. Ho bisogno di “studiarli” per capire se non piacciono anche a me. Sono peggio di San Tommaso io!!!.

-“Ok allora alle quattro e mezza a Piazzale Prenestino”, mi dice lei. Cambio di programma; il gazometro attenderà.  Decido di andare al Pigneto prima dell’appuntamento così do un’occhiata al quartiere. Prendo la mia mappa di Roma, mia fedele compagna da tre mesi a questa parte. La scritta “PIGNETO” campeggia su di un triangolo compreso tra tre strade, gialle in cartina, ben evidenti. Un vertice del triangolo è su Porta Maggiore, gli altri due gli sono collegati attraverso due strade con due nomi che evocano la Roma che fu; Prenestina, Casilina…che potenza!!! Ma a colpirmi è il nome del terzo lato del triangolo: “Acqua Bullicante”; mi fa sorridere perché mi sembra la pubblicità di un’acqua minerale, di quelle che quando la bevi “bullica” in bocca…..non mi chiedete perché.

Decido di cominciare proprio di li. Prendo il 19. Percorro la Prenestina insieme ad un gruppo di studenti stanchi dopo la lezione del corso: “Il rito del perdono nelle’età moderna”….(????????)….ma che corso è????..e te credo che sei stanco dopo la lezione!. Scendo a Largo Preneste e comincio a percorrere via Dell’Acqua Bullicante…ancora sorrido. È una strada di media dimensione, grande traffico, palazzoni anni 70­80-revival a destra e sinistra, negozi al pian terreno. Penso subito – “solita periferia”. Guardo la mappa più attentamente e noto una strada che divide longitudinalmente il triangolo: via del Pigneto, sicuramente la strada che ha dato il nome a tutto il quartiere. La imbocco. Subito mi si presentano davanti dei palazzi saracinesca, quelli che odio, alti, negativamente maestosi, tutti perpendicolari alla strada, quasi la snobbassero; noto che la gente ha chiuso le logge, probabilmente per ricavarsi ancora un altro piccolo spazio domestico e privato. Non vedo piante, fiori; non vedo gente qui; vedo solo cemento.

Le strade evocano battaglie e persone, ma non ne capisco il nesso fino a quando arrivo in Piazza dei “Condottieri”. Svelato l’arcano!. Mi accorgo che pian piano le strade si animano e contemporaneamente, mentre cammino, comincio a scoprire angoli che non avrei mai pensato di vedere in una città come questa. Tra un palazzo e l’altro mi sorprendono vicoli e vicoletti che mi ricordano certe case al mare delle mie parti. L’odore del verde dei giardini privati dopo la pioggia si mescola alle voci che provengono dall’interno delle case. Qui non c’è traffico, tutto è più intimo, raccolto e addirittura riesco a sentire il pianto di un bimbo; eppure sono a pochi metri da quei palazzoni!!!. Con piacevole sorpresa mi accorgo di un ulivo che sbuca da un recinto di edera….Ah la mia Puglia!!!.

Continuo a perdermi, come mi piace fare. Il verde diventa sempre più insistente, più curato. Mi sembra di essere entrato in un’altra città, in una dimensione completamente diversa da quella da cui ero partito. I grandi palazzi-stampo hanno lasciato il posto a casette isolate all’interno di giardini ben tenuti, a prospetti puliti, a macchine sportive. La mia mappa indica con una dicitura rossa “Villini” e già dal nome capisco che la situazione qui è davvero diversa, come l’estrazione sociale di chi li abita. Mi passano accanto ragazze e signore curate, con i loro cani curati che escono dalle loro case curate. Sull’ingresso di una di queste scorgo una scritta che mi fa capire che alcuni comportamenti lo sono un po meno!. Limoni, aranci, pini, siepi di confine fanno da decoro a villette dipinte con motivi geometrici, regolari, puliti. Scorgo in fondo alla strada dei grossi archi, probabilmente resti di un acquedotto romano. Sono sempre rimasto affascinato dagli acquedotti antichi, dalla loro impressionante ingegneria e dalla loro maestaosa architettura. Sono sulla Via Casilina, incasinatissima, piena di macchine ed autobus che sfrecciano come solo qui a Roma; parallelo all’acquedotto corre la linea Roma – Ciampino della ferrovia, quasi a voler sfidare la sensazione futuristica di ripetizione seriale e veloce delle sue arcate. Dalla strada il fronte dei villini è ben più netto, un fronte verde, riconoscibile. Faccio dietro front e mi ritrovo nuovamente su via del Pigneto. Guardo l’orologio. Sono le tre. Ho ancora un’ora e mezza prima di incontrare Ale e devo essere puntuale, lei non ammette ritardo!. Ha la madre tedesca!.

La via in questo tratto è in salita e si restringe, ci passano solo poche macchine ma c’è un gran traffico di gente e di cani che abbaiano a chi passa. Ma nessuno ci fa caso, probabilmente è abituata. Coppie di teneri anziani sottobraccio tornano piano a casa con i loro carrellini dopo aver fatto la spesa; studenti universitari passano veloci, probabilmente dopo le lezioni, desiderosi di rientrare nelle loro stanze. Con quello che costano!!!!. Il quartiere cambia di nuovo volto; una striscia di verde meno curato con pochi pini ad ombrello mi fa pensare che quel nome effettivamente sia il risultato di un processo di deformazione del sostantivo pino-pineto­pigna-pi(g)neto. È un’ipotesi. Non ne sono certo. Sta di fatto che sono davvero imponenti, mi danno una sensazione di protezione, quasi fosse il tetto verde comune del vicinato.  Da un lato e dall’altro edifici diversi, alcuni più recenti, altri meno ed il cantiere della metropolitana C, mi fanno intuire che questo è stato e continua ad essere un quartiere in trasformazione. Mi rituffo all’interno del tessuto; giungo in una strana piazzetta con un edificio isolato su uno dei lati fiancheggiata da una serie di box auto, un po’ pericolanti e coperti di amianto; il tutto quasi mi ostruisce la visuale completa dalla piazzetta dal nome “Giardini Nuccitelli-Persiani, antifascisti del quartiere deportati a Mathausen”. A dire la verità è uno spazio che ha ben poco di giardino, ma il nome che le è stato dato è testimone di un carico di storia che il quartiere deve aver portato addosso. La piazzetta dà voce al silenzio di un barbone disteso su una seduta circolare e coperto da un lenzuolo mentre attorno alcuni ragazzi accompagnano un cane a fare i suoi bisogni ed un anziano sulla sedia a rotelle, spinta da un giovane indiano, prende una boccata d’aria. Comincio a notare la presenza di etnie diverse dalla nostra. Dei bambini asiatici mi fissano col loro sguardo mentre cercano di giocare sull’asfalto bagnato. Nell’unico campetto da calcio che abbia visto qui, delle mamme assistono silenziose alla partita dei loro figli. Sono piacevolmente sorpreso di vedere che le squadre avversarie sono molto eterogenee: bambini asiatici, sudamericani, romani, cinesi, africani.  Nella pineta accanto, alcuni bimbi sorvegliati dalle mamme giocano su delle giostrine; le loro voci giocose si mescolano al cinguettio di alcuni passerotti e corvi aggrappati ad alberi spogli.

Il verde qui è diradato rispetto alla zona dei villini; le case non superano i 3 piani; molte hanno addirittura un piccolo orto a servizio della casa ed alcune costruzioni sono più curate di altre. Sto avvertendo di nuovo la sensazione di non essere in una città così grande. Si fa sempre più forte la presenza di etnie diverse dalla nostra e mentre cerco di capire sulla mia cartina dove sono, vengo attirato da un rumorìo di voci acute ed altri suoni che non riesco a decifrare; provengono da una finestra. Mi avvicino con sospetto, non voglio farmi notare. Scorgo un numero, che non so quantificare, di cinesi che lavorano come piccole formiche attorno a macchinari strani, macchine cucitrici, ferri da stiro. Proprio davanti alla finestra è parcheggiata una macchina, quasi a volerli nascondere. Ed accanto vi trovo stampato sul muro, a mio giudizio, una piccola opera d’arte. La mia fantasia cerca di associarlo un po’ al lavoro dei cinesi ed un po’ al bisogno impellente di esprimersi. Alessandra mi aveva detto che al Pigneto da qualche anno si era concentrata l’attenzione di artisti, fotografi e cosiddetti uomini di cultura che hanno dato inizio forse ad una nuova era per quartiere e ad una nuova era per gli affitti!. Mi volto a destra e vedo accanto al cantiere della metro una specie di baracca in pietra e legno, coperta con una tettoia di erba che mi ricorda certe casupole di profughi incontrate durante il mio viaggio in Palestina. Innovazione e tradizione!!!.

Proseguo e mi ritrovo in una strada che la mappa mi indica come Circonvallazione Casilina e che prontamente mi ricorda che sono in una grande città; una profonda cesura all’interno del tessuto urbano che come un verme sbuca dalle arcate dell’acquedotto e si insinua nel quartiere consentendo i collegamenti ferroviari con l’Urbe. Uno stretto passaggio alquanto frequentato permette di attraversarlo e mi ritrovo subito in un’isola pedonale; lo capisco dall’assenza di macchine e dalla quantità di locali ed esercizi commerciali che vi si affacciano. Come in una specie di suq arabo vi è compresenza di articoli, di esercizi commerciali, ristorantini, take-away, pubs molti dei quali gestiti da stranieri per lo più arabi ed indiani. A quest’ora del pomeriggio molti ragazzi africani, con tutta probabilità senegalesi (lo deduco da un copricapo colorato verde-giallo-rosso che uno di loro porta) fanno gruppo parlando nella loro incomprensibile lingua. Svaniscono in un vicolo quando notano che un turista li sta fotografando. È un’atmosfera che mi colpisce particolarmente; amo la compresenza di più culture, di più colori, di più sapori, di più lingue. Penso che mi piacerebbe vivere qui.

Nell’isola pedonale le case ben tenute e ristrutturate si alternano ad altre con aria più vissuta; in qualche atrio i panni stesi ad asciugare ed i vecchietti seduti alle panchine mi riportano al mio paese…e la nostalgia mi assale. Penso che l’odore dei panni stesi e le chiacchiere degli anziani siano i custodi più autentici della storia di un luogo. Per terra i rimasugli di verdura e carote lasciano intuire un mercato che si è concluso da poco e che offre buon cibo per i gatti, peraltro presenza costante del mio peregrinare nel quartiere. Ad un tratto riconosco quel pezzo di strada. C’ero già stato una sera per una birra in uno di quei pub; mi ci aveva portato proprio Alessandra quando ero venuto a trovarla a maggio scorso. Ma mi sembrava così diversa!

 Forse perché c’era molta più gente, per lo più giovane, ognuno con il suo cocktail tra le mani. Deve essere un grande punto di aggregazione per i ragazzi questo.

Arrivo in via l’Aquila. Vedo in lontanaza un cinema che porta il nome della strada; forse è proprio il cinema di cui avevo letto alcuni giorni prima che era stato confiscato alla malavita, ristrutturato e ridato al quartiere. Qui i palazzi nascondono corti interne, a volte impenetrabili, altre più atte ad essere violate. Entro in una di queste, mi guardo intorno; aggiunte sporadiche, sporche e confuse mi fanno immaginare che qui avvengono o avvenivano in passato attività poco lecite. Alzo lo sguardo e scorgo un uomo dietro una veranda ricavata sul balcone che mi fissa; quando si accorge che mi sono accorto di lui si fa indietro e scompare nel buio della stanza dietro. Un po’ intimorito vado via, velocemente a dire il vero. Queste situazioni mi mettono sempre un po’ paura. Mi sembrava di aver violato la privacy di qualcuno.

Percorro via l’Aquila nel senso opposto fino a giungere in una piazza che porta il nome del quartiere; si chiama Piazza del Pigneto, ma non mi da un’idea di piazza come la intendo io; poche giostrine solitarie che reclamano la presenza di bimbi, un ragazzo che legge su una panchina, tre uomini dall’accento slavo, visibilmente ubriachi che seguitano a bere le loro birre. Il rumore dei vagoni del trenino Laziali – Pantano che corre sulla Casilina mi distrae; alla fermata ci sono solo stranieri, segno che questa parte di Roma sud deve essere davvero molto multietnica.

Guardo l’orologio; sono le quattro e trentacinque. Cavolo! Alessandra!…sento che già la sua metà tedesca si è messa in moto! Comincio a correre verso il nostro luogo d’incontro. I miei occhi si fermano all’improvviso su di un complesso industriale, non so se ancora funzionante, che fa da base ad una serie di strade sopraelevate che si incrociano come serpenti, grigi, imponenti, portatori sani, si fa per dire, di smog. “Sarà la fatidica sopraelevata” – penso. Guardandola dal basso ho l’impressione di essere in una specie di astronave; quell’essere così cupo mi rattristisce! Sarà anche perché ricomincia a piovere e come al solito ho dimenticato l’ombrello a casa. Ma che palle!!. Scappo. Ale è lì che aspetta…ovviamente è stata puntuale e da lontano batte il dito sull’orologio….mmm….di nuovo che palle!!. Il tempo di un abbraccio e si parte alla caccia di una stanza da prendere in affitto. Ma Ale non sa che oggi sarò io il suo Cicerone!.

2 Responses to “_la pioggia nel pi(g)neto”

  1. Lucilla Says:

    Che dire Antonio…scusa se mi permetto ma non so perchè mi sembra di conoscerti, di aver già sentito il tuo nome e cognome! Sarà perchè anch’io sono Pugliese…sarà perchè tutto quello che hai scritto è quasi identico a tutto quello che peso io di questo quartiere…sarà perchè qui ho deciso di vivere e di restarci davvero a lungo! Sei stato davvero bravo! Leggendo ho ripercorso in mente ogni dettaglio che hai descritto. Farei leggere il tuo post a tutti quelli che mi dicono: ” ma che è il Pigneto? Dove sta?” Non smetterò mai e mai mi stancherò di vantare e raccontare questo quartiere…un angolo tutto “strano” di questa Roma eterna.

  2. Juidgegusia Says:

    Looks like you are a true professional. Did you study about the theme? haha


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